lunedì 20 novembre 2017

Quello che sei per me

1.8

Entrare a far parte di un Campo Speciale di Addestramento significava poterne uscire con le proprie gambe soltanto rispettando due condizioni: superare un iter prestabilito diventando un Dark Shadow oppure mostrare particolare nobiltà e purezza d'animo, tanto da poter essere esonerato dalla reclusione. Tale clausura sarebbe durata fino ai trentacinque anni per tutti coloro che – privi del talento necessario – non erano in grado di completare il percorso nella sua totalità. Chiudere il cerchio entro i cinque anni, invece, avrebbe procurato a chi ci fosse riuscito un ruolo di spicco all'interno della milizia segreta governativa.

Le normali sezioni militari russe avevano da sempre prodotto migliaia di soldati.
Forte dell'altissima affluenza di reclute, il Governo non aveva mai ritenuto fondamentale preparare protocolli d'azione specifici: i giovani impiegati nella milizia spesso venivano lasciati in balia del macontento dei Generali più anziani e preparati solo a morire per la patria.
La Russia, d'altro canto, rivendicava un ingente sacrificio in termini fisici e psicologici ai suoi giovani cittadini, ma non era in grado di fornire strutture adeguate al loro addestramento; queste ultime, infatti, non richiedevano particolari abilità fisiche agli arruolati, né tanto meno specifiche doti intellettive. Il risultato più evidente del mancato investimento economico in campo militare era la percentuale spaventosamente alta di perdite tra soldati inviati al fronte.

I Campi Speciali di Addestramento, al contrario, erano stati inaugurati da una organizzazione non governativa che faceva capo al Genio Militare, anticipando di qualche anno la Guerra Fredda. Per cercare di sopperire alle imperfezioni della bassa milizia e attingendo principalmente dalle capacità mentali che i giovani russi mostravano durante gli anni scolastici, il Campo avrebbe provveduto alle eventuali carenze fisiche degli stessi, istruendo le nuove reclute grazie a specifiche sessioni di esercizio, votate alla creazione di vere e proprie macchine assassine.

Basandosi su tale paradigma, vennero costituiti tre sbarramenti, il superamento dei quali poteva partire dal giorno del proprio anno di nascita successivo a quello di ingresso. A conclusione del primo, le Reclute avrebbero avuto accesso agli status progressivi di Evanescenti, quindi Crepuscolari e infine Dark Shadows. 

In cinquant'anni le Ombre Oscure nominate per merito non avevano superato la decina, mentre vi era traccia di un solo uomo riuscito a concludere i tre anni di addestramento allo scoccare del proprio ventesimo anno di vita: il Dark Shadow Daleko.

Durante la cerimonia di acquisizione della carica, veniva scelto – per ovazione da parte degli astanti o personalmente – l'ultimo nome che il nuovo Maestro avrebbe portato. Esso avrebbe delineato le doti peculiari dell'individuo che ne avrebbe fatto sfoggio, cancellando per sempre l'identità di nascita del Dark Shadow.

Le primissime reclute acquisite negli anni '40 furono costituite da figli di maggior talento di ex soldati selezionati e studenti dotati di eccellenti abilità logico-matematiche, iperattivi e con uno spiccato carisma. Vennero successivamente inglobati tutti gli adolescenti privi famiglia che, distintisi all'interno della società entro i diciassette anni, avevano mostrato idoneità all'ingresso. Il libero accesso era consentito soltanto agli allievi di Maestri Dark Shadows già formati.
Allo scoccare del diciassettesimo anno di vita, i prescelti diventavano parte integrante di una macchina ben oleata, iniziando il proprio percorso personale.

A partire dagli anni '80, l'ammissione al Campo Speciale fu estesa anche a coloro che potevano permettersi di acquistare un posto da Recluta. I più potenti magnati volevano che i figli fossero addestrati a dovere, così come famiglie di più alto lignaggio ritenevano fosse di grande prestigio insediare uno dei propri eredi all'interno del Governo. Tale introduzione di un contributo pecuniario cambiò di fatto le sorti del Campo stesso, trasformandolo in un luogo composto per la maggior parte da giovani inetti e privi della benché minima disciplina.

In questa cornice era collocata Nina Anderson, una giovane di buona famiglia sollevata dalla reclusione dopo appena due mesi dal proprio ingresso, poiché ritenuta inidonea alle atrocità. La ragazzina, dopo aver rifiutato l'esclusione, si era decisa a dedicare la propria giovinezza alla cura del prossimo. Ogni Recluta, Evanescente, Crepuscolare che avesse incrociato la sua strada all'interno del Campo doveva la propria vita alla ragazza. Durante i cinque anni trascorsi a soccorrere chiunque necessitasse di cure, si era guadagnata il rispetto e la stima di ogni singolo membro facente parte di quella inumana struttura, la protezione da ogni pericolo e l'ammirazione di coloro che non riuscivano a mostrare tanto coraggio e carità.

Nina Anderson aveva preferito restare al fianco di chi avrebbe avuto bisogno del suo aiuto, piuttosto che tornare ad una vita impregnata della stucchevole ipocrisia di una madre dal carattere debole e dominata dal malcelato disgusto di un padre deluso.

Quel campo aveva significato per lei poter esprimere se stessa senza alcun biasimo da parte di chi le stava attorno e affrancarsi da un passato amaro che continuava ad intasare il fluire leggero dei pochissimi ricordi d'infanzia. Più d'ogni altra cosa, però, aveva significato incrociare la propria strada a quella di Sveta, una giovane dallo sguardo pulito, gli occhi sempre lucidi come il cristallo e altrettanto limpidi. Chiara come luna la pelle di lei, adamantini i suoi capelli; leggera come un soffio di vento, delicata come una brezza estiva, agile e flessuosa come un gatto. Nina aveva perso il sonno a contarne le lentiggini, l'evidente constatazione che la perfezione poteva esistere anche su una porzione di viso tanto piccola.

Aveva adorato ogni espressione facciale di Sveta, ogni sguardo accusatorio, ogni determinata ostinazione, ogni manifestazione di quel carattere multisfaccettato. Aveva amato il suo silenzio e la sua diffidenza, la sua testardaggine e il suo ardimento, le sue mani amiche e assassine, i suoi versi d'approvazione e la sua arrendevolezza. A lei.
Aveva amato di Sveta che si fidasse.

Guardava quelle esili braccia collegate a tubi trasparenti, che come serpenti le si insinuavano dappertutto, trattenendo aria, regalando fluidi, risucchiando sangue, restituendo farmaci. Sveta non era che una grottesca marionetta collegata ad apparecchi anonimi e dal suono monocorde.

Data per spacciata fin dal principio, era stata preparata per l'intervento che le avrebbe potuto garantire qualche altra settimana di vita. La guardò un'ultima volta in viso, cercando di portare alla mente un solo sorriso di lei, senza riuscire a rievocarlo. Le strinse una mano, le si accostò al volto e le baciò lievemente le labbra. Le lasciò un'ultima frase prima di accomiatarsi.

«Il riscatto della tua vita sarà il senso della mia.»

Poi voltò le spalle all'amore, sapendo che probabilmente non l'avrebbe mai più rivisto.

lunedì 13 novembre 2017

Epurazione

1.7

«L'abbiamo scampata, eh!» Sussurrò Orlov al suo capo.

«Solo per ora.» Si intromise Galkin con aria grave.

Anton Anderson guardò entrambi con profondo disgusto, invitandoli freddamente al silenzio digrignando i denti.
I tre si erano accuratamente nascosti dentro l'angusto stanzino dove di solito si intrattenevano le sentinelle. Avevano seguito Sveta per quei corridoi isolati con l'intenzione di divertirsi un po' con lei e, pochi istanti dopo l'arrivo delle guardie, erano riusciti a celare la loro presenza lanciandosi di soppiatto nel cubicolo.

La ragazza era stata portata in isolamento per aver fatto chissà cosa, e ora i giovani avevano pochi minuti per dileguarsi, prima che i sorveglianti ritornassero al loro posto.
Decisero di farsi vedere fuori in cortile per rientrare qualche tempo dopo con nonchalance e, con la scusa di andarla a trovare, beffeggiarsi di lei. Non sarebbe stato come vederle sputare sangue, ma almeno avrebbero trascorso qualche ora divertendosi quel pomeriggio, dato che la mattinata di allenamenti era stata oltremodo pesante.

Anderson si mosse per primo, facendo per tornare dentro; lasciò i suoi compagni fuori e disse loro di aspettare un suo segnale prima di seguirlo. Superò la porta con i battenti di legno che dava nella stanzetta della vigilanza, senza guardare all'interno e il più silenziosamente possibile, quindi si diresse verso le scale sotterranee.
Raggiunto il cunicolo con le celle di isolamento, cominciò ad ispezionarle una ad una, sentendo l'eccitazione scaldargli il collo. Voleva arrivare da lei prima che Orlov e Galkin lo raggiungessero: conosceva quei due e sapeva che non si sarebbero attenuti agli ordini.
Aveva sviluppato una sorta di ossessione per la biondina ed era deciso più che mai ad averla in un modo o nell'altro.
Ciò che più lo irritava era il modo in cui lei gli si rivolgeva. Lo guardava con occhi sprezzanti e pieni di odio e, pur sapendo di meritarlo, lui desiderava ardentemente di sottometterla una buona volta. Lo aveva desiderato dai primissimi istanti in cui quella ragazzina aveva fatto il suo ingresso al Campo quasi tre anni prima.

Aveva potuto sopportare la sua indifferenza e il suo disprezzo, ma non ammetteva che una stupida femmina potesse credersi suo pari. La sufficienza con la quale commentava ogni gesto, la supponenza con cui mostrava le proprie – scarse – doti agli allenamenti e l'aria di sfida che aveva sempre in viso lo mandavano in bestia. Nochnaya Pantera la chiamavano al Campo, a sottolineare la sua agilità e grazia. Tutte stronzate. Non faceva altro che saltare da un albero all'altro come una scimmia ammaestrata. Si sottraeva con troppa faciltà ai suoi avversari e solo per questo motivo negli scontri diretti aveva la meglio. La velocità, si disse. La sua arma è la velocità.

Aveva provato a sabotare il suo primo esame di sbarramento un paio d'anni prima, eppure in qualche modo lei aveva completato il percorso, riuscendo perfino – forse con un colpo di fortuna – ad infilzare un frammento di ghiaccio lungo una trentina di centimetri nell'occhio del suo Custode, togliendolo di mezzo. La vittoria al duello le permise di concludere l'anno da Recluta e cominciare il suo anno da Evanescente. Erano pochi gli allievi a riuscire a terminare le Prove del Gelo al primo tentativo. E lui la odiava anche per questo. Aveva ventinove anni e si trovava in quella prigione del cazzo da quando ne aveva diciassette.

Era esausto e arrabbiato e l'unica cosa che voleva adesso era che lei la smettesse di rivolgergli quegli sguardi insolenti e gli desse la considerazione di cui un Anderson era degno.
Aveva ragionato sul da farsi e l'unico modo possibile era prenderla con la forza. Prima ancora che lei potesse accorgersi della sua presenza, sarebbe entrato nella cella e l'avrebbe messa in ginocchio.
Era arrivato quasi alla fine del corridoio, ma della giovane non vide traccia. Anche l'ultima stanza era vuota. Non riusciva a comprendere, eppure le punizioni venivano scontate dai reclusi solo in quei sotterranei. Aveva visto con i propri occhi le guardie portare via Sveta e assegnarle tre ore di penitenza.

Ritornò sui suoi passi, girò a destra e salì la rampa di scale che lo divideva dalle sentinelle lì appostate. Uno sguardo attraverso le porte di legno e ciò che vi trovò gli fece scattare le antenne.
Gli uomini erano stati messi fuori combattimento. La ragazza doveva essere poco distante, dato che altre vie d'uscita non erano praticabili. Che avesse pensato di attraversare il corridoio disastrato antistante a quello delle celle? Pura follia! Non portava da nessuna parte ed era stato bloccato a causa di un crollo avvenuto cinquant'anni prima o giù di lì.
Doveva essere per forza lì da qualche parte, forse nascosta sotto una branda delle prigioni? Che lo stesse sbeffeggiando da dietro una porta?

Un rumore sordo alle spalle lo informò dell'arrivo dei suoi scagnozzi. I due idioti, come aveva preventivato, non erano stati in grado di aspettare e, come insulse donnicciole in preda alla curiosità, erano dovuti accorrere per vedere.

«Non è qui.» Li anticipò.

«Hai controllato tutte le celle?» Fece Galkin.

«Certo, imbecille. Vuoi ricontrollare per sicurezza?» Rispose ironico Anderson.
Galkin fece spallucce e si avviò verso i sotterranei, probabilmente immaginando che il primo se la fosse fatta sfuggire da sotto al naso solo per mancanza di attenzione. Gli altri due lo seguirono a ruota.

Appena il gruppo svoltò l'angolo, in fondo al corridoio il corpo esile della giovane Sveta era più che visibile, dato che la ragazza continuava ostinatamente a ricoprirsi di bende elastiche bianche al posto delle normali tute grigie da combattimento.
La ragazza non fece in tempo a riaprire la porta della cella, che Anderson in poche falcate la raggiunse bloccandola da dietro con le braccia.

«Che fortuna, capo!» Ghignò estasiato Orlov.

«Ora ci divertiamo...» Si aggiunse contemporaneamente Galkin.

«Fate silenzio, cretini!» Urlò Anderson per spegnere quell'entusiasmo. La sua mente andava veloce come la luce. Rifletteva, cercando di trovare un modo per restare solo con la troietta, ma prima che qualunque idea potesse salire alla superficie della sua coscienza, la voce fredda della ragazza lo smosse da quello stato di trance.

«Cosa c'è Anton, non ricordi più come si tratta una donna?» Lo provocò. «O magari non sai davvero cosa farci con una donna? Povero cucciolo, da quant'è che sei chiuso qui dentro, dodici anni?» Girò la testa verso di lui, per quanto la stretta glielo concedesse, quindi rise.
Anderson la lasciò andare quasi fosse un tizzone ardente. Lei si voltò, era con le spalle al muro, ma non smise di guardarlo. Quegli occhi lo trapassarono da parte a parte facendolo infuriare.

«Forza cucciolo, vieni qui e fammi vedere cosa sai fare.» Si mise in guardia lei, ma Galkin fu più astuto e l'anticipò meschinamente. Si abbassò, fece perno su un solo piede e con la gamba tesa le diede un calcio laterale alle caviglie. Sveta si ritrovò a terra in pochi secondi, esposta e alla completa mercé di quei farabutti.

Orlov fu il primo a colpirla allo stomaco. Le diede un calcio violento che le tolse l'aria dai polmoni. Galkin, che si era rialzato prontamente, non aveva atteso che la bionda riprendesse a respirare, ma l'aveva tirata per la collottola prendendole a pugni il viso. Entrambi ridevano come ebeti e ad ogni cazzotto godevano del dolore inflitto.

Anderson era come pietrificato poco dietro di loro e l'unica cosa che riusciva a vedere erano gli occhi di Sveta fissi su di lui. La giovane donna sopportava ogni colpo e, anche se i suoi denti erano ricoperti di sangue, seguitava a guardarlo e a ridere. Era inquietante e grottesca.
Poi Galkin invitò il suo capo ad imitarlo.

Fu così che Anderson ordinò ai due di farsi da parte e prese a picchiarla sul viso chiudendole gli occhi, sulla bocca cancellando quel sorriso da strega, allo stomaco per impedirle di tenere la testa alzata verso di lui. Poi la prese per i capelli e la trascinò a terra per qualche metro fino a sentire i crampi nelle braccia egli stesso.

«Smettila troia!» Le urlò. «Smettila!»

Sveta era ormai quasi priva di sensi, lui lo sapeva, ma continuava a calciarla sulle cosce e sul ventre senza sosta, come se questo potesse epurarlo, come se la furia brutale scatenatasi su di lei potesse purificare Sveta stessa e renderla umana.
Lei non era umana, lei gli faceva paura, lei aveva qualcosa negli occhi, lei doveva smetterla di guardarlo.

Orlov e Galkin all'improvviso lo presero di peso. Evidentemente continuavano a chiamarlo, ma Anton non sentiva niente, né vedeva altro che non fosse lei.

«Anton dobbiamo andare, ora! Stanno arrivando, presto!» Fece Galkin concitato, ma il loro capo non collaborava. I due lo presero di peso e lo trascinarono via.
L'ultima immagine che Anderson vide fu quella di un volto angelico ormai sfigurato sul quale era impresso un sorriso coraggioso e un paio d'occhi di ghiaccio fieri come la paura e determinati come la morte. 

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lunedì 6 novembre 2017

Legami di sangue

1.6

12 Febbraio 1998 - Giorno 1019

«Cosa cazzo hai combinato, idiota!» Gridò Nina, non appena mi riportarono nel dormitorio.

«Coè esso linguaggo?» Farfugliai a causa degli ematomi che mi ricoprivano il volto.

«Oh, Sveta,» cominciò a piangere, «chi ti ha ridotta in questo stato?» Stringeva i pugni e mostrava i denti, ora arrabbiata. «State lontani, voi!» Si rivolse alle guardie. «Tornate al vostro lavoro, questo è il dormitorio femminile, mi occupo io di lei.» 

Visibilmente scossa, Nina cominciò a mettersi all'opera. Ciò le permise di raccogliere i pensieri e ragionare sul da farsi. I lividi che mi chiudevano gli occhi erano apparsi da poco e bisognava permettere al sangue di sgorgare per far sì che si sgonfiassero.

«Portatemi immediatamente il kit di soccorso!» Urlò alle presenti, le quali però non si mossero di un passo. «Brutte codarde senza fegato!» Inveì, rivolgendosi al gruppo.

Non badò ai convenevoli, estrasse dalla tasca l'unica lama affilata che aveva a disposizione, la mise nel fuoco del camino per il tempo necessario a renderla incandescente, per sterilizzarla. Non appena l'ebbe raffreddata nella tinozza di acqua ghiacciata, corse ai piedi della mia branda e mi tagliò il viso superficialmente in più punti. Il sangue fece il resto: si riversò pulendo i tagli e permise alle mie labbra tumefatte, dopo qualche tempo, di riprendere a muoversi in modo che riuscissi a farmi comprendere. A quel punto Nina poté allontanarsi per andare a recuperare il necessario per medicarmi.

Rientrò nel dormitorio dopo pochi minuti, lanciando sguardi disgustati alle compagne, e con la maestria che le apparteneva disinfettò e ricucì le ferite che avevo sulle braccia e sul torace.
«Sveta, rispondimi. Chi ti ha fatto questo?» Tornò alla carica, non appena terminato il suo lavoro.
Io mi sentivo debole e spossata, avevo un forte dolore all'altezza della pancia a causa dei calci ricevuti, ma non avevo intenzione di mentirle.

«Ho letto le Pergamene Bianche...» sussurrai.

«Tu cosa?» Sgranò gli occhi incredula. «Sei una folle figlia di puttana!» 

«Ehi...» tossii prima di continuare, «da chi hai imparato a parlare così?» 

Nina era evidentemente troppo scioccata per badare alla grottesca ironia con la quale cercavo di mascherare il dolore fisico che provavo in quel momento. Non era nulla di insopportabile, ma sapevo che questa volta si erano spinti oltre, non sarei guarita completamente, il dolore all'addome era troppo acuto per non dargli peso.

«Stai tranquilla, me la caverò,» le dissi, «sono un osso duro e lo sai bene.»

«Hai un ematoma esteso all'addome e sicuramente qualche costola rotta, non starai bene se non permetterai a qualcuno di portarti in un ospedale.» Centrò il punto come faceva di solito, leggendomi dentro, guardandomi negli occhi.

«Sì, va bene,» acconsentii debolmente, «ora però lasciami riposare qualche minuto, ok? Ne ho davvero bisogno.» 

«No, non adesso. Devi rimanere sveglia per il tempo necessario a raccontarmi tutto, Sveta.» La sua voce inflessibile non ammetteva repliche, quindi non mi restò che metterla al corrente di quel che era accaduto.

Ero riuscita a farmi spedire nelle celle oscure per tre ore di isolamento. Non avevo dovuto far altro che rompere il naso a una guardia. Quegli idioti lussuriosi mi ronzavano attorno per quasi tutto il tempo, perciò sapevo che mi avrebbero seguita, se mi fossi addentrata nei corridoi meno frequentati, e che mi avrebbero dato un ottimo pretesto per aggredirli. Così, colta sul fatto, non avevo opposto resistenza e mi ero lasciata rinchiudere per la punizione minima.

Per anni il Maestro Daleko mi aveva parlato di quelle celle, istruendomi al meglio su come evaderne e come, partendo da lì, raggiungere la Sala Esagonale – la "stanza del tesoro" all'interno del Campo – nella quale erano custodite le preziose pergamene della sapienza.
Era stato un gioco da ragazzi. Venivo sottovalutata dall'intero gruppo di sentinelle, perché non avevo mostrato la benché minima dote, se non quella dell'agilità. Aprire la cella fu ironicamente semplice, così come usare Morfej su di loro. L'unica mia riserva di siero, incapsulata in un dente e sprecata per quegli idioti.
Avevo raggiunto la sala in pochi minuti, rendendomi conto con enorme rammarico che nessun controllo impediva ai malintenzionati di prelevare i preziosi documenti. In quella circostanza fu un vantaggio per me, dato che il malintenzionato risultavo essere io.

«Eppure, qualcuno ti ha usata come sacco da boxe.» La voce di Nina si fece aspra.

«Sai già chi è stato.» Alzai gli occhi su di lei con eloquenza. «Era venuto a beffarsi di me e, non trovandomi, ha creduto che lo avessero preso in giro dicendogli del mio isolamento.»

«Quindi Anderson la farà di nuovo franca?» Sibilò Nina con ferocia.

«Ha comunque pensato bene di avvertire le guardie» proseguii, senza rispondere alla sua domanda «e naturalmente le ha trovate addormentate. Ci ha messo poco a fare due più due ed è venuto a cercarmi. Sono stata fortunata, perché nel frattempo ero ritornata nei pressi della mia cella, ma non avevo fatto in tempo a rientrarci. Se Anderson avesse scoperto dove ero stata, sai bene anche tu cosa mi sarebbe toccato. Quindi tutto sommato questi graffietti sono niente.»

«Continua.» Soggiunse implacabile.

«Ehi, ti ho detto tutto, cos'altro vuoi sapere?» Dissi con finta indignazione.

«Voglio sapere perché non ti sei difesa.»

Nina era abbastanza intelligente da capire che non avrei potuto farlo, ma voleva comunque sentirlo dalle mie labbra.

«Nina, sai perché. Non potevo lasciargli capire che avevo letto le Pergamene né mostrare un potere superiore al loro.» Provai a giustificarmi.

«Loro? Ce n'era più di uno?» Era sbalordita della meschinità di alcuni allievi, ma io sapevo che più di ogni altra cosa ciò che la metteva maggiormente a disagio era il fatto che Anton Anderson fosse suo fratello.

«Non è importante quanti fossero, solo che io ne uscissi viva, no? E così è stato, quindi di che ti lamenti?» Tentai di persuaderla dal chiedere altre informazioni.

«Sveta sei molto grave!» Gridò senza mezzi termini, ricominciando a piangere.

«Lo so, ma non tanto da lasciarti qui da sola, stai tranquilla.» Aggiunsi, sperando di calmarla, senza però ottenere risultati.

«Tu sei più di una sorella per me, Sveta. Più di quell'infimo legame di sangue che mi lega ad Anton.» Piangeva senza ritegno, poggiando la testa sull'unica spalla sana che mi era rimasta.

«Lo so, Nina. Ora però ho bisogno che tu faccia una cosa per me.» Sentivo di essere al limite, non riuscivo più a tenere gli occhi aperti.

«Tutto quel che posso, lo farò.» Mi rispose, alzando la testa e guardandomi in viso.

«Chiama... chiama un medico...» dissi quelle ultime parole con un filo di voce, appena prima del buio totale.

lunedì 30 ottobre 2017

Sbarramento

1.5

30 Aprile 1996 - Giorno 365

La notte precedente avevo battuto la testa contro lo spigolo del marciapiede, spaccandomi un labbro. Avevo l'occhio destro tumefatto, tanto da impedirmi la visione dell'emicampo interessato e, a conclusione del quadro, anche una spalla lussata. Nina me l'aveva riportata in asse e fasciata stretta, bloccandomi il braccio destro e fissandomelo al corpo, come le avevo chiesto. Lei era l'unica ad avere un po' di cuore in quel posto schifoso.

Non capivo cosa ci facesse ancora lì e perché non se ne andasse, data la sua condizione di "Pura" – una persona senza alcuna attitudine al combattimento, ma portatrice di grande empatia e valori d'animo positivi. Riscontrate doti di magnanimità e gentilezza in una Recluta, i Freddi Maestri potevano decidere di escluderla dal Campo; Nina aveva infatti ricevuto un attestato di libertà. Lei, a differenza di noialtri, poteva andare via in qualunque momento. Non era nata per scontrarsi con altri esseri umani, nemmeno per insegnare o per diventare come me. Ma aveva talento per la guarigione.

Aveva capito immediatamente che non ero inciampata.

Mi conosceva; tutti mi conoscevano ormai. Mi chiamavano Nochnaya Pantera, la Pantera della Notte, per quanto fossi silenziosa e agile. Non ero caduta, no. La colpa era di Anderson, il Crepuscolare straniero, ammesso al Campo solo perché con una madre di nazionalità russa e infinite risorse economiche.

Il bastardo conosceva la data del mio primo sbarramento ed era venuto a prendermi in branda assieme a Orlov, un Evanescente – un allievo della fase intermedia –, il suo leccapiedi. Il piano era semplice, non dovevano far altro che rapirmi, stordirmi e privarmi delle armi migliori: orientamento, braccio destro e libertà di movimento.

Evidentemente sapevano che avrebbero dovuto utilizzare un preparato soporifero su di me, dato che anche di notte mantenevo alta la guardia. Li aspettavo e mi preparavo da mesi.
Li scorsi nell'oscurità, valutando la stazza minuta di uno e quella goffa dell'altro. Fu la puzza d'aglio di Orlov a rivelarmi le loro identità, prima che potessero iniettarmi il Siero Morfej. Dovevo lasciarli fare, era mio dovere aspettare con pazienza ed accogliere quel che sarebbe avvenuto come la giusta occasione per migliorare me stessa.

I Crepuscolari possedevano accesso alla sapienza di due delle quattro Pergamene Bianche dei Freddi Maestri – "Passaggio della Nebbia" e "Cammino di Rugiada", così venivano chiamate – e, grazie ad esse, la capacità di ammaliare il nemico portandolo all'incoscienza o alla rinascita, a seconda dei percorsi scelti. Non possedendo ancora la conoscenza dei Dark Shadows, non erano equipaggiati per morte e sofferenza tramite la letale "Via di Ghiaccio" o l'infida "Strada dell'Acqua Velenosa". 

Avevano scelto Passaggio della Nebbia, l'incoscienza, la più subdola tra le quattro Pergamene, grazie a cui avevano non solo preparato il siero, ma si erano anche nascosti nella notte per prelevarmi.
Ero stata sedata e malmenata in modo che le mie ferite combaciassero con una evidente caduta incidentale. Per le Reclute era possibile rinviare uno sbarramento solo in caso di menomazioni causate da terzi. Le invalidità nate da cadute o lesioni accidentali non erano valutate come ostative. L'esame infatti ci sarebbe stato per me il 30 aprile, a un anno esatto dal mio ingresso al Campo Speciale di Addestramento.

Il gruppo di ignobili farabutti che non voleva vedermi passare agli Evanescenti mi aveva fatto questo forse per noia, divertimento o invidia, credendo di mettermi fuori combattimento. Io però ero preparata a qualunque evenienza e durante l'anno da Recluta avevo lasciato emergere come dominante il mio emisoma destro, celando la vera natura nel mio talento. In questo modo, se avessero voluto mettermi in difficoltà, avrebbero puntato a quelli che credevano fossero i miei punti forti. Mancina dalla nascita, invece, avevo imparato a gestire la forza di braccia e gambe in modo equilibrato.

Il Maestro Daleko aveva predisposto per me sessioni di allenamento massacranti, grazie alle quali avevo potuto avventurarmi in luoghi della mente sconosciuti, estendere i limiti del mio corpo, superando i livelli base di sofferenza e imparando a chiudere la mente a qualunque cosa non fosse l'obiettivo primario: diventare una Dark Shadow.

Entrai nell'arena bendata dal collo alle caviglie di garze elastiche bianche; Nina aveva fatto un ottimo lavoro cucendomi addosso quella che sembrava una seconda pelle. Avevo il braccio destro piegato ad avvincere il punto vita e fasciato attaccato ad esso: non mi avrebbe dato problemi.  Fu una scena esilarante, soprattutto quando rivolsi ad Anderson e Orlov il mio più determinato sorriso, notando di rimando i loro sguardi assassini.

I Freddi Maestri attendevano sui loro scranni che io cominciassi la Danza del Combattimento, per poi affrontare le Prove del Gelo predisposte per l'esame. Soltanto alla fine avrei combattuto a corpo libero con il mio Custode. Yan Khristoforovič Bykov mi aspettava con una lama all'altro lato dell'arena: niente corpo libero per me, ero preparata anche a questo.

Sotto gli occhi vigili delle guardie, avanzai verso la passerella approntata per le danze. Questa era un'asse flessibile, larga poco più di dieci centimetri e sospesa su una vasca d'acqua. Avrei dovuto saltare fino all'altro capo della stessa, evitando i dardi lanciati da entrambi i lati e seguendo un ritmo prestabilito. Da questa sincronia con le frecce, nasceva il nome di "Danza del Combattimento".
Lo specchio d'acqua era ricoperto da un sottilissimo strato di ghiaccio, la non convenzionale pedana su cui si sarebbero tenute le Prove del Gelo: brevi esercizi da completare a piedi nudi lungo un percorso ad ostacoli, evitando di infrangere la lastra.

Solo al termine avrei potuto veder scivolare via la vita dagli occhi di Yan. L'ultima prova prima di ottenere il titolo di Evanescente.

lunedì 23 ottobre 2017

Libera la mente

1.4

7 Aprile 1996 - Giorno 342

«Rialzati, adesso» disse Yan in un tono gentile, quasi paterno.

Riuscivo a percepire passione in quelle parole, ma anche una oscura ambiguità. Ero certa che da un lato volesse vedermi in piedi, fiera e alla sua altezza, per poter continuare con un elemento in grado di resistere ai suoi attacchi. Dall'altro, però, potevo scorgere la scintilla di sadismo nei suoi occhi. Il desiderio primitivo di punirmi se non fossi riuscita a mantenermi in equilibrio per il tempo necessario al suo divertimento.

«Non vorrai deludermi ancora?» sibilò questa volta, investendomi con una nuova scarica di adrenalina. Avevo già sperimentato la sua cattiveria: non si doveva aspettare o rispondere, ma obbedire immediatamente al comando iniziale, altrimenti sarebbe arrivata la scoccata incandescente della sua spada affilata.

Odiavo quando cominciava l'addestramento con quella; non riuscivo a completare l'intera sessione ed ero a terra nel giro di pochi minuti. Avevo imparato a superare l'esercizio mentenendo una certa freddezza sia quando adoperava la catena con i puntali alle estremità, sia nel corpo libero, anticipando le sue mosse. Ma, ogni volta che si destreggiava con la lama, sapevo di non avere scampo.

Erano passati tre mesi esatti dalla prima volta che aveva adoperato la spada con me, il giorno in cui mi aveva presa in custodia. Era l'inizio di gennaio ed io non mangiavo nulla da 48 ore. Quel giorno non avevo resistito che pochi secondi alle sue stoccate, svenendo nella neve e rischiando di vedermi amputate le dita dei piedi a causa del gelo.

Mi salvai solo grazie a quell'idiota di Kozlov che mi trascinò dentro pochi secondi dopo che ebbi perso i sensi. Le mire di quest'ultimo non erano certo nobili, avrebbe approfittato di me anche se fossi stata morta, ma evidentemente l'idea di scoparsi un corpo ancora caldo era più allettante. Rinvenni nel momento esatto in cui quel grassone fece cadere a terra i pantaloni. Non feci in tempo che ad alzare il ginocchio destro, armandomi del coltello da caviglia, che lui si accasciò su di me. Godendo dell'atto per pochi istanti, si rese conto troppo tardi che l'avevo infilzato alla gola.
Il ricordo mi rianimò d'ira, come fosse una scossa elettrica.

Aprii gli occhi.

Non avevo scuse. Avevo mangiato la mia sbobba e non c'era più quel freddo innaturale ad attanagliarmi le viscere. Yan non era che uno dei tanti, me la sarei cavata, decisi.
Credeva forse che usando la spada mi avrebbe dimostrato che non ero in grado di completare i tre anni di addestramento? Si sbagliava di grosso. Ci voleva più di qualche taglietto per dissuadermi dal proposito assassino di diventare una Dark Shadow – la figura di maggior rilievo all'interno del Campo, nonché unica possibilità di uscirne – e glielo avrei dimostrato.

Non avevo intenzione di sottovalutarlo, comunque. Yan Khristoforovič Bykov era tanto cinico, quanto ostinato a distruggere il proprio avversario. Lo spadaccino più abile e spietato del campo addestramento; quando aveva quell'arma in mano era pressoché imbattibile anche per i Crepuscolari – allievi all'ultimo step, in procinto di tentare il salto verso le Ombre Oscure. Io, poi, ero ancora soltanto una Recluta e con me si stava divertendo come un folle, lo scorgevo dai sorrisi agghiaccianti che mi riservava ogni volta che riusciva a lacerarmi la carne.

In quel momento, più o meno a metà dell'allenamento, masticavo polvere e avevo le labbra congestionate dal dolore, le braccia e le gambe graffiate e pesanti, la tuta era ridotta in brandelli ed ero completamente zuppa di sudore. Sentivo l'odore metallico del mio sangue sul tappeto, misto a quello acre dei suoi stivali di cuoio imbrattati di sterco; doveva aver attraversato il campo pratica dei purosangue a piedi, poco prima di cominciare con me. Lo aveva fatto di proposito, così da raggiungermi e finirmi con un calcio ben assestato nello stomaco. Poi mi avrebbe sbeffeggiata e abbinata ad una merda di cavallo.
Questa consapevolezza mi fece sorridere, la sua prevedibilità mi illuminò. Sarei riuscita a far fuori quello stronzo non appena ne avrei trovato l'occasione, l'unica cosa da fare adesso era rimettermi in piedi.

Puntai le mani sul pavimento sintetico e facendo forza nelle braccia mi tirai su. I capelli mi scivolarono davanti alla faccia non appena alzai la testa per cercare il mio avversario. Mi sentivo debole, ma non riuscivo a scrollarmi di dosso quell'ondata di ironia che mi aveva travolta. Lui si accorse del suono prodotto dalla mia gola, ma evidentemente non aveva inteso il senso di quella vibrazione gutturale. Legai i capelli con un nodo e mostrai il sorriso deciso che mi era apparso sul viso, notando per la prima volta lo stupore nei suoi occhi.

«Sono pronta» dissi beffarda. Non avevo paura, mi sarebbe bastato studiare il suo schema. Ne aveva numerosi, pensandoci, ma ero certa che la sua banalità lo avrebbe presto tradito.

«Ne sono felice, Recluta,» mi derise,  sottolineando quell'appellativo in modo dispregiativo «ancora cinque secondi e ti avrei dato il colpo di grazia» si leccò le labbra in modo disgustoso.
Non risposi, ma questa volta mi limitai ad osservarlo. Tremava impercettibilmente a causa dell'euforia e l'indice della mano sinistra scattava irrequieto a intervalli regolari, come quando sapeva che stavo per superare l'esercizio a corpo libero. Aveva capito qualcosa, ma con mia somma gioia non sapeva ancora cosa.

Libera la mente, pensai, consapevole che quella partita sarebbe terminata in mio favore per knock out.

lunedì 16 ottobre 2017

Nina

1.3

29 Giugno 1995 - Giorno 60

«Non sono una bambina, lasciami perdere.»
 
«So che non sei una bambina e proprio per questo ora devi stare ferma.»

«Ferma un corno, posso fare da sola!»

«No, non puoi farlo da sola, hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a pulire e cucire quella ferita.»

«Dannazione! Fai in fretta, allora.»

«Se la smettessi di parlare, potrei lavorare in santa pace.»

«Mpf!»

«Questo è il modo più gentile che hai per ringraziarmi?»

«Non ti ho chiesto niente, hai scelto tu di aiutarmi.»

«Certo! Stavi per ricucirti un taglio da sola sulla spalla senza nemmeno uno specchio. Ti sarebbe rimasta una cicatrice mostruosa.»

«Non mi interessano queste stronzate.»

«Bene! Dato che non ti interessa, non cambierà nulla lasciarlo fare a me, ti pare?»

«Se proprio ci tieni... ma non aspettarti qualcosa in cambio, io non sono quel tipo di persona. Dovrai vedertela da sola con "Irina la gigantessa idiota"!»

«Non preoccuparti, Irina ha bisogno di me quando non può medicarsi da sola e non si fida delle altre. Nessuno mi ha mai dato fastidio e tu sei l'unica che fa storie in mia presenza.»

«Mpf!»

«Vedi? Non è tanto difficile andare d'accordo...»

«...»

«Sei sempre stata di poche parole, da quando sei entrata in quel modo tanto teatrale.»

«Teatrale? Sono stata aggredita, mi sono soltanto difesa!»

«Sveta, abbiamo visto tutte come è andata e Irina se l'è proprio meritato, solo che...»

«Solo che?»

«Alcune pensano che tu possa essere pericolosa.»

«Beh, è vero. Lo sono. Che si facessero da parte.»

«Non vogliono il tuo posto, solo essere lasciate in pace... e semplicemente credono che tu possa essere violenta con qualcuna di loro se le cose dovessero mettersi male.»

«Non toccherò le ragazze, purché non mi mettano i bastoni tra le ruote. Ho intenzione di rimanere in questo posto tre anni, non un giorno di più.»

«Nessuno è mai riuscito a completare il percorso in tre anni netti, lo sai bene anche tu. Quelle che hai sentito sono soltanto menzogne.»

«Ti sbagli, io lo so.»

«E come fai a saperlo?»

«Ahi!»

«Scusa! Era un punto particolarmente difficile... ecco tieni, stringi questo tra i denti.»

«Un calzino?»

«Non fare la schizzinosa, non c'è altro e poi ho bisogno di andare in profondità con l'ago. Al mio tre... uno... due... tre!»

«Caffo

«"Caffo"? Dovrò metterti calzini tra i denti più spesso, se riescono a pulire quella bocca dalle volgarità!»

«Fanculo il calzino. Finisci, non voglio perdere altro tempo.»

«Allora? Come fai a sapere che non sono bugie, quelle sul percorso netto?»

«Lo so e basta.»

«Puoi parlare con me. Io non ti tradirò, sono una persona d'onore.»

«Sì certo, così disse Bruto a Cesare.»

«Diamine, Sveta! Sono settimane che sei qui dentro e non hai capito nulla delle persone che hai intorno?»

«Ho capito moltissimo, invece. Prendi Irina, ad esempio. Fa la bulla solo perché ha una fottutissima paura di non uscire viva da qui. Vogliamo parlare di Tania e Yelena? Sono opportuniste e alla prima occasione sgozzeranno la rossa nel sonno. Poi c'è la tua adorata Magda, la più stupida che abbia incontrato finora; non riuscirebbe a tenere la bocca chiusa nemmeno se la si minacciasse di morte. Mpf!»

«E di me? Cosa hai capito di me?»

«Che sei un'ingenua... e non so ancora cosa diavolo tu ci faccia qui, Nina. Ti farai ammazzare e io non potrò farci nulla...»

«Ti preoccupi per me?»

«Ehi, cosa hai capito? Io... tu... sei una dannata idiota! Hai finito con quell'ago, perdìo?»

«No, quindi stai ferma. Dopo dovrò medicarti. Ti piace batterti, vedo. Beh, le conseguenze sono queste, non lamentarti!»

«È stato quel coglione di Anderson. Voleva che gli baciassi lo stivale, solo perché una Recluta e lui un Crepuscolare del cazzo. Beh, l'ho sputato in faccia e mandato a farsi fottere!»

«Santo cielo, Sveta! Chi t'ha insegnato ad esprimerti così? Sei una ragazza!»

«Ragazza? Dove credi di essere Nina, alla corte di Versailles? Siamo entrate qui dentro per diventare guerriere addestrate a combattere e uccidere, lo sai questo? E tu pensi al mio lessico? Certo, hai qualche rotella fuori posto!»

«Lo so dove siamo. Io non volevo dire questo, io... io credo che così possa bastare. Puoi medicarti da sola.»

«Ehi, aspetta! Ho solo detto la verità. Puoi mica biasimarmi per questo? E poi, per piacere, ho il polso anchilosato, non riesco a fare da sola...»

«Mhm... sì, va bene. Faccio io.»

«Sei troppo buona, Nina. Cosa ci fai in questo posto di merda?»

«Quando parli con me, ti prego di evitare questo linguaggio. Non posso sopportarlo, io ho bisogno di parlare con qualcuno che mi risponda in modo civile, in modo... pulito... io, io non lo so. Per favore, smetti di usare questi termini, ok?»

«Se ti infastidisce a tal punto, smetterò di farlo... va bene, te lo prometto. Ora ti va di dirmi come mai sei in questo Campo di Addestramento?»

«Io non l'ho scelto. Mi ci ha mandato mio padre, dopo... dopo avermi vista con qualcuno. E, ecco, non ci ha visto più, non voleva che io diventassi una insulsa donnetta e così, contro la volontà di mia madre, mi ha mandata in questo posto. Io studiavo per diventare una pianista, sai? Ero molto brava e avevo molti ammiratori...»

«Sarà per questo motivo che riesci a curare tutte noi, qui dentro. Hai le mani molto delicate.»

«Oh, grazie. Credo sia il primo complimento che ricevo da te... o meglio, credo che questo sia il primo complimento che ti sento fare in assoluto.»

«Non abituartici. Non sono un'insulsa donnicciola.»

«No, non ho detto questo. Io non penso che tu sia una donnicciola, una debole, credo solo che tu non voglia legarti a qualcuno per paura di non riuscire a proteggerlo e quindi di perderlo.»

«Non sai nulla di me... non so se sia come dici, è che non sono abituata a queste cose tra "ragazze". Io non sono abituata alle persone. Io sono nata e cresciuta da sola, con il mio Maestro, con il mio silenzio.»

«Beh, nemmeno io so cosa siano le cose tra ragazze, ma so di non sbagliare su di te.»

«Uhu?»

«Non mi hai mai fatto paura. So che in fondo sei una brava persona.»

«Nina, ascolta, è meglio se mi stai alla larga. Nessuno sarà clemente con te se comincerai a frequentarmi.»

«Non oserebbero! Io sono una risorsa per chiunque, qui dentro!»

«Credi a me, quando vorranno farmi del male - e lo vorranno fortemente, a un certo punto - arriveranno ad usare anche te per i loro scopi. Perciò tieniti lontana... e poi saresti soltanto un pensiero in più per me. E io non posso permettermelo!»

«Quanta boria! Chi ti credi di essere, eh? Non ti starò vicina se non per ricucirti pezzi di pelle e solo perché me lo dice il mio animo, non certo per te, che hai un carattere così... così... schifoso e... accidenti a te!»

«Dobbiamo lavorare sulla forma... in questi casi si dice "Vaf-fan-cu-lo Sve-ta!", ok?»

«Già! Te lo meriteresti, idiota che non sei altro! Comunque ho finito, puoi andare a romperti qualcos'altro.»

«Ah, oh... beh, grazie Nina. Non lo dimenticherò. Anche tu non sei male, dopotutto.»

Torna a 1.2 - Daleko, il Maestro

lunedì 9 ottobre 2017

Daleko, il Maestro

1.2

31 Marzo 1995

«Sono molto deluso! Comincia da capo e termina l'esercizio come ti ho insegnato.»

Il Maestro Daleko aveva i suoi metodi. Non urlava, il tono della sua voce era sempre basso, tanto che, se ero affannata e il mio battito aumentava, dovevo cercare di placarne la frequenza in modo da non sentire il martellante palpito del cuore nelle orecchie e non perdere una sola parola che mi veniva rivolta. Che fosse soddisfatto dei miei progressi o contrariato per i fallimenti accumulati, la sua voce disincarnata trasmetteva la medesima neutralità. Ciò che cambiava era la stoccata del suo bastone. Sulle spalle per esprimere compiacimento, sul retro delle caviglie per comunicare disappunto, sulle reni per punire.

La dose di dolore impartita era necessaria alla mia crescita. Mi aveva insegnato che questa era l'unica strada per diventare un maestro a mia volta. Io dovevo accogliere il dolore per capire a fondo tutti coloro cui ne avrei inferto: solo così avrei saputo dosarlo e adoperarlo a mio vantaggio. Era necessario che io assaporassi ogni graffio, bramassi ogni livido, accettassi ogni scottatura per imparare a non averne mai timore. "Il corpo è una macchina perfetta, sa come curarsi," mi diceva "è importante affidarsi ad esso e al potere della mente".

«Puoi indossare i pesi e andare a correre,» soggiunse il Maestro dopo pochi istanti, prima che io cominciassi da capo il percorso «il cielo minaccia pioggia: nulla di meglio per riflettere. E tu ne hai bisogno, Sveta. Mancano trenta giorni al tuo ingresso al Campo di Addestramento e per allora dovrai essere preparata ad ogni evenienza» mi disse, dopo avermi dato tre colpi ravvicinati sulla bassa schiena.

Feci fatica a partire, ma raggiunta la cassa dei pesi di sabbia, indossai quelli da caviglie, da polsi e spalle - questi ultimi somigliavano ad una imbracatura da infilare come una maglia. Composti da materiali molto resistenti, erano riempiti di una polvere porosa contenuta in una fibra elasticizzata assorbente. Pregni d'acqua acquisivano volume e carico, superando di dieci volte il loro peso iniziale. Correre sotto la pioggia diventava una prova estremamente sgradevole, soprattutto quando i muscoli erano già stati sotto sforzo e i crampi potevano ostacolare l'esercizio. Meritavo quel trattamento perché non ero stata in grado di portare a termine l'ultimo allenamento alla perfezione.

Il Maestro Daleko era stato molto chiaro, preparandomi al Campo di Addestramento: dovevo seguire il percorso che lui aveva scritto per me, superare i tre anni senza mostrare talenti superiori alla norma, diventare Prima Dark Shadow, possedere il potere delle Pergamene e distruggerle non appena ne avrei carpito ogni segreto. Quel che lui non poteva insegnarmi era l'accesso alle Pergamene Nere. Una volta dentro, avrei dovuto farcela da sola.

20 Aprile 1995

«Con me, Sveta.»

Il Maestro era venuto a svegliarmi, soddisfatto di denotare il mio stato di allerta anche durante la notte. Mi alzai, tirando via distrattamente il mantello dal gancio alla parete e poggiandomelo sulle spalle. Non sapevo che ore fossero, né me ne curavo; la cosa fondamentale in quel momento era riscuotere i miei sensi e stare ben attenta a ciò che avrei visto e udito da lì a pochi minuti.
La strada fu breve; attraversammo il giardino che non c'era ancora luce, ma una sottile bruma aleggiava tra siepi e vasi di terracotta, nascondendo il selciato. Ci dirigemmo verso l'edificio antico, nello studio sotterraneo situato sotto le fondamenta dell'unica torre eretta su quella proprietà. Una vedetta probabilmente edificata durante la guerra. L'ufficio aveva pareti circolari di pietra e puzzava di muffa e libri.

«Dietro di me, prego» disse, indicandomi l'ingresso a porta normanna nel quale subito dopo si era infilato elegantemente. Lo seguii con deliberata lentezza, fotografando con la mente ogni cosa. Possedevo questo dono, ma non lo avevo mai condiviso con nessuno.
Era comparso più o meno verso i 7 anni, quando avevo potuto toccare un libro, tenendolo tra le mani per la prima volta. Mi accorsi di riuscire ad immagazzinare l'immagine che avevo visto e, qualche tempo dopo, quando il Maestro mi insegnò a leggere, capii di poter ricordare tutto dopo averlo scorso con gli occhi una sola volta. Memoria fotografica: una dote estremamente rara tra i Guerrieri della Neve, per non parlare di una comune reietta, orfana di genitori e ceduta quale merce di scambio come me.

Eppure, il primo comandamento del mio mentore era stato di imparare a dissimulare. Così feci anche nei suoi riguardi; questa informazione apparteneva soltanto a me.
Spostò l'imponente tavolo centrale, apparentemente senza difficoltà, quindi alzò il tappeto lurido che copriva il pavimento di roccia in quel punto, scoprendo una botola. L'aprì e questa volta mi invitò ad entrare per prima. Non esitai, mi infilai senza remore nel pavimento, tuffandomi nel buio umido di quella che sembrava una vera e propria caverna.
Improvvisamente la botola si chiuse e mi bloccai per un attimo, in attesa, sgranando gli occhi al massimo per carpire i più piccoli segnali luminosi che potessero tagliare quella densa oscurità.

«Prosegui, Sveta» sibilò il Maestro, che evidentemente era entrato dopo di me, chiudendosi il passaggio alle spalle.

«Maestro, non vedo...» dissi esitante.

«Dunque, inciamperai, ma ciò non deve fermare il tuo cammino» e, così dicendo, mi diede una potente sferzata alle caviglie. Ruzzolai giù per qualche metro, perdendo il mantello, quando decisi di far leva sulle braccia, accompagnando i movimenti goffi provocati dalla caduta e adeguandoli alla superficie sotto di me. Erano gradoni di una scala a chiocciola.
Chiusi gli occhi e seguii con la mente il percorso che girava in senso orario. Al termine della scalinata non seppi frenarmi a causa della forza di gravità e sbattei con forza contro un possente portone di legno, scorticandomi le nocche, i gomiti e una guancia.

Il Maestro mi raggiunse in pochi passi dando fuoco ad una fiaccola che illuminò il passaggio. Mi porse il mantello, che accettai di buon grado rialzandomi in fretta, e prese una enorme chiave di metallo dalla tasca, apprestandosi ad aprire la porta sulla quale poco prima avevo lasciato piccole macchie del mio sangue.
 Tre giri nella toppa e la porta di aprì. Strizzai gli occhi per adeguare la vista alla poca luce e mi accorsi con stupore di essere in una specie di laboratorio. La stanza aveva pareti di metallo e il tutto dava una sensazione di asettica estraneità, come se non ci fosse mai entrata anima viva prima.

«Mancano dieci giorni al tuo ingresso al Campo e tu non sei del tutto preparata» parlava tastando boccette di vetro e spostando oggetti dai ripiani, lanciando di quando in quando lo sguardo a un libro consunto. «Accomodati sulla poltrona in centro stanza, Sveta» mi disse alla fine, prima di voltarsi verso di me.
Io feci ciò che mi disse senza alcun timore.

«Adesso scaverò nei tuoi molari quasi fino alla radice, in modo da ottenere delle piccole cavità in cui inserirò quattro capsule di siero, una per ogni Pergamena. Potrai utilizzare queste armi soltanto una volta, quindi scegli con perizia i momenti adatti» concluse con parsimonia di parole.
Non aggiunse altro fino alla fine della piccola operazione, al termine della quale sarei stata definitivamente pronta.

Torna a 1.1 - Io sono Sveta

lunedì 2 ottobre 2017

Io sono Sveta

1.1

30 Aprile 1995 - Giorno 0

«Mi chiamo Sveta» Aleksàndrovna Kustazova – declamai a mente con scherno – o, almeno, questo sarebbe dovuto essere il mio nome completo ma, in quanto figlia illegittima, non avevo acquisito altro che un appellativo.
«Solo Sveta», ripetei più a me stessa che all'uomo che stava compilando il mio fascicolo. Non era necessario fornire ulteriori dati anagrafici, le reclute del primo anno ricevevano un numero con il quale sarebbero state identificate all'interno del Campo.
Il mio corrispondeva al 999. Che fossi la novecentonovantanovesima vittima di quel luogo dimenticato da Dio?

«Non hai un cognome, né un patronimico,» sogghignò l'individuo «una cagna bastarda, eh?» disse, ridendo della propria battuta.

«Non so chi sia mia madre, mio padre è morto,» sapevo di essere stata ceduta al Maestro Daleko, Colui che guarda lontano. Egli mi aveva presa e addestrata guerriera, non appena avevo potuto muovere i primi passi da sola «ma so di essere all'altezza di questo Campo» lo sfidai a rispondere.

«Conosci almeno la tua data di nascita, "Sua Altezza all'altezza del Campo"?» mi derise.

«Sono nata nell'anno del Signore 1978, il 30 di aprile. Accedo all'addestramento al compimento del mio diciassettesimo anno di vita, in quanto protetta del Maestro Daleko, ora mio mentore e padre» conclusi, sperando che l'inutile interrogatorio fosse finito.
L'uomo di mezza età aveva la barba sfatta e un mozzicone di sigaretta stretto tra i denti gialli. Aveva dita tozze e unghie nere, i movimenti lenti di chi non ha preoccupazioni. Si tolse il filtro dalla bocca e con un sonoro risucchio, un rumore nauseabondo, tirò su dai bronchi i muchi giallastri di catarro. Mi accorsi del colore, guardandolo sputare in un angolo del pavimento alla sua sinistra. Quell'immagine mi sarebbe rimasta impressa nella memoria per tutta la vita, pensai con amarezza.
Dopo aver terminato di scrivere, mi rivolse un sorriso malizioso incontrando il mio sguardo disgustato e per nulla intimorito. Con un cenno mi indicò il corridoio a destra e, quando fece per avviarsi, sentii il suo olezzo riempirmi le narici dandomi il voltastomaco. Aveva capelli color cenere che gli cadevano unti sulle tempie e l'andamento incerto del bevitore. Dopo qualche minuto si fermò, indicandomi le porte di vetro e metallo dietro le quali avrei presumibilmente trovato il dormitorio femminile. Si scostò di lato per lasciarmi passare, come ad indicare la sua area di pertinenza.
Dandogli le spalle, spinsi forte la maniglia sentendomi acchiappare una natica dall'uomo che ora rideva lussurioso, compiaciuto del suo gesto.
Non ebbi reazioni, non dovevo averne - non ancora - e probabilmente in questo modo avrei dato modo a quel rozzo puzzolente di credere di avere via libera su di me. Era proprio ciò che volevo pensasse. Le guardie non accoglievano le Reclute femmine di buon grado, eppure qualcosa mi diceva che non avrei faticato a ottenere informazioni da ognuno di loro, se avessi fatto la brava.
Mi chiusi la porta alle spalle senza voltarmi. 

«Ehi, biondina» mi fece una ragazzona coi capelli rossi seduta su una sedia in bilico «chi cazzo sei?» disse, portando la sedia in piano. Un modo tanto plateale di porsi e parlare mi fece rizzare le antenne. Quella, pensai, doveva essere una povera diavola costretta a dimostrare costantemente la propria autorità. Voleva mettere le cose in chiaro fin da subito.
Mi feci cauta, sapendo che il mio carattere per nulla conciliante sarebbe stato messo a dura prova.

«Una che non vuole guai» la sfidai con lo sguardo. Appena mi aveva visto entrare si era alzata venendomi incontro, sicuramente non per darmi il suo più cordiale benvenuto.

«E non ne avrai, se farai la brava, non è vero ragazze?» si rivolse a un gruppetto di giovani alle sue spalle, evidentemente intimorite da quello che sembrava volere mostrare a tutti i costi di essere il capo.

«Io sono buona con chi lo è con me!» risposi, solo per provocare.

«E se chi ti sta di fronte fa il cattivo, cosa gli fai, la bua? Con queste braccine magre che ti ritrovi?» la sua risata chioccia risuonò nella stanza, suscitando sarsa ilarità tra le compagne. La rossa si voltò verso di loro, che presero a ridere forzatamente solo per compiacerla.

«Ripeto, non voglio guai, soltanto prendere la mia branda. Non darò fastidio a nessuna di voi. Siamo compagne, dopotutto...» dovetti suscitare parecchia rabbia, perché al termine di quella frase mi arrivò inaspettato un pugno nello stomaco che mi tolse il fiato provocandomi un conato.

«Una mia compagna, eh?» mi sputò addosso «Chi cazzo sei per dirlo? Io e te non saremo mai compagne, piuttosto avversarie» mi guardò con aria truce, quasi le avessi fatto uno sgarro imperdonabile.
Mi alzai con fatica anche se non ero nuova a quel dolore. Lo avevo accettato e nessuno avrebbe potuto ferirmi sul serio. Ricambiai il suo sguardo con un sorriso al sapore di sangue, quindi indietreggiai per uscire dal suo campo d'azione, notando di avere di nuovo la porta alle spalle. Se ne accorse e con un passo si fece di nuovo vicina.

«Cos'è? Hai paura, adesso?» mi ghignò sul viso a bassa voce, in modo che potessi sentirla soltanto io.
Mi pulii la bocca con la manica e le mostrai i denti con finta gioia «Non ho paura, è che non ho voglia di insudiciarmi di nuovo gli abiti con i tuoi umori» e prima che potesse capire ciò che le avevo detto e provare a pestarmi di nuovo, la spinsi poggiando le mani sulle sue spalle e issandomi per saltare all'indietro. La tipa non parve prenderla bene e con evidente rabbia, dopo quell'attimo di smarrimento in cui aveva indietreggiato, fece per caricare verso di me. Usai la porta come sponda e le diedi un calcio a gambe tese sul petto facendola rovinare a terra malamente, impedendole di mettere in pratica quel che aveva in mente fin dall'inizio: ridurmi in poltiglia, probabilmente!
Un sussulto agitato si levò dal gruppo di ragazze che era rimasto a guardare. Osservandole meglio, mi accorsi che molte di loro avevano tagli, lividi e graffi sparsi in varie parti del corpo che cercavano di nascondere con bende e abiti. Provai gran pena per il loro timore e convenni con me stessa che quelle non erano affatto Reclute pronte a diventare Dark Shadow, nemmeno la giovane che avevo steso lo era.
Mi accorsi che quest'ultima aveva ripreso a respirare e provava a rimettersi in piedi. La bloccai a terra poggiandole un piede su una spalla, issandomi su di lei fino a posare anche l'altro sulla spalla rimanente. Fu probabilmente lo shock ad impedirle di scaraventarmi a terra, dato che mi guardava con occhi sgranati pieni del più sincero sconcerto.
Mi abbassai fino a raggiungere il suo volto, le adagiai due dita alla base del collo, «Io sono Sveta» dissi, quindi pressai i punti giusti e la rossa perse conoscenza.

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